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venerdì 23 novembre 2007

Marocco 2007 - Colori di Terra d'Africa

PREMESSA

Se solo qualche mese addietro mi avessero detto che nell’aprile di quest’anno avrei fatto un viaggio attraverso il Marocco mi sarei messo a ridere. Non per la destinazione in sé, che anzi mi attraeva già molto, ma perché nemmeno 3 mesi dopo l’avventura cubana non mi sarei mai immaginato una esperienza così improvvisata e travolgente.
A dire il vero, aver viaggiato per la terza volta consecutiva in paesi latini, che seppur con le loro particolarità in fondo emanano tutti un’aura simile, ha contribuito a lasciare intatta in me la voglia di scoperta.
Al-Maghreb Al-Aqsa (l’estrema terra del sole che tramonta) come la chiamano gli arabi appunto. Con quella lingua fatta di suoni spigolosi e a noi incomprensibili, che in realtà rivela una profonda radice antica e poetica.
Ebbene, questa terra mi ha dato probabilmente molto più di quello che mi sarei aspettato!

21 Aprile 2007 Arrivo - Casablanca - Fès

Questa volta, a differenza del passato, si viaggia in quattro. Ci accompagna una coppia di amici che, già candidati all’avventura cubana, si sono dovuti arrendere per impegni di lavoro.
La prima e lunga giornata che apre le danze, inizia molto prima dell’alba con l’auto che punta verso l’aeroporto di Bologna, scalo a Lione e poi Casablanca.
L’arrivo a Casablanca, oltre che da dense nubi, è avvolto da uno strano clima umano; lo definirei freddo e asettico. Sbrighiamo velocemente le pratiche per l’immigrazione e quelle per l’auto. Notiamo che averla prenotata da casa ci evita i numerosi parassiti che si aggirano per l’aeroporto in cerca di commissioni.
Tutto fila, stranamente, talmente liscio che alle 12.30 siamo già in auto, direzione Rabat.
Le immagini che scorrono davanti ai nostri occhi ci lasciano subito un po’ intontiti. Ai lati della strada si susseguono baracche e gente a piedi. Il paesaggio si presenta brullo e povero.
Lasciamo alle spalle la periferia di Casablanca e dopo aver costeggiato il mare fino a Rabat, tra brevi scrosci di pioggia, ci infiliamo sulle montagne. Il paesaggio si fa più interessante, ai bordi della carreggiata vasti boschi di querce da sughero si susseguono a campi ricoperti di fiori giallo-arancio, e a splendide coltivazioni di zafferano in fiore. Sbucano timidamente qua e là piccoli fazzoletti di terreno ricoperti di vigne. Ampie schiarite si alternano a pioggia battente, il paesaggio che da prima ricordava la Provenza ora si fa più ardito, quando salendo di quota, ci inerpichiamo tra ulivi, eucalipti e cedri. Quello che il finestrino ci offre muta rapidamente, così anche la stanchezza sembra farsi più lontana e noi puntiamo senza esitazione verso la prima tappa: la città imperiale di Fès.
In mezzo a grandi spazi dove a farla da padrone sono i pastori, le pecore e qualche rada casa sparsa, l’autostrada che stiamo percorrendo (semi-deserta e con la media di un autovelox ogni 10km) stona come una riga di matita in mezzo ad un foglio bianco.
Dopo circa 3h30’ siamo finalmente a Fès. Girare in auto per la città è molto più complicato di quanto ci si può aspettare. Nonostante tutto, in non più di mezz’ora, riusciamo a trovare uno degli hotel che ci eravamo prefissati.
L’hotel Royal, a dispetto del suo nome, non è un granché. Di girare ancora a vuoto non se ne parla nemmeno e decidiamo quindi di fermarci qui.
Dopo aver constatato che la cosa peggiore della camera è il bagno (per questo sarà utilizzato il minimo indispensabile) ed essere stati riempiti di consigli e raccomandazioni da una ragazza francese incontrata in hotel, partiamo alla scoperta della città.
L’impatto con la cultura marocchina, così diversa dalla nostra, è forte; pensare che solo 12 ore fa eravamo ancora nei nostri letti. Le sagome e gli abbigliamenti che incontriamo per strada sono dei più disparati. Incrociamo donne di cui a malapena si vedono gli occhi, altre che vestono all’occidentale e, con le dovute eccezioni, possiamo dire lo stesso degli uomini.
Ci incamminiamo sulla via principale della città nuova, la Avenue Hassan II, la strada taglia tutta la città nuova nel mezzo partendo da davanti al palazzo reale; è a due corsie e nel mezzo, a fare da spartitraffico per buona parte della sua lunghezza, c’è un parco molto frequentato. Sembra che a questa ora ci sia parecchio movimento e sotto i portici incontriamo molti caffè, pasticcerie, sale da tè e ristoranti di vario livello.
Vedendo un trenino, di quelli che fanno il giro turistico della città, ho la bellissima idea di convincere tutti a fare un giro! Saliamo. Pressati quasi come sardine, tra una maggioranza marocchina che se la ride, facciamo il tour intorno a una parte delle mura che circondano la medina. Si dice che la medina di Fés sia la più antica e la più estesa di tutto il mondo arabo, le leggende narrano che persino le guide possano trovare difficoltà tra i suoi mille e più vicoli!
Il giro in sé stesso non è niente di eccezionale, ci permette però un primo fugace assaggio di quello che ci attenderà l’indomani. Il sole intanto scompare all’orizzonte, regalandoci il nostro primo tramonto in questa estrema terra d’Africa.
Nonostante i nostri vestiti siano pesanti, la temperatura si rivela piuttosto fresca. Ritornati al punto di partenza, sulla strada principale, facciamo una breve consultazione e decidiamo di concederci un ristorante di “lusso”; in fondo dopo la faticata e tutta la strada fatta, abbiamo bisogno di un luogo tranquillo dove riordinare le idee.
Ristorante “La Isla”, nome non molto marocchino; il locale è curato e il servizio impeccabile. Consumiamo il menù marocchino che è composto di 4 portate: zuppa, insalata marocchina, tajine di carne e per finire dolce o frutta. Tutto questo al costo di circa 150dh a testa.
Il primo impatto con il cibo è piacevole e ci lascia con la curiosità di scoprire cosa avrà da riservarci la cucina nei prossimi giorni.
Tornati in camera dormiamo come sassi. Riusciamo comunque, nel cuore della notte, a sentire la voce del muezzin che chiama i fedeli alla preghiera.

22 Aprile 2007 Fés

La giornata inizia presto, e dopo una bella doccia bollente (l’acqua calda c’è solo dalle 7 alle 9), ci incamminiamo sulla Hassan II che a quest’ora del mattino si presenta deserta.
Facciamo un’abbondante colazione alla caffetteria Paris dove, oltre al nostro primo tè marocchino, prendiamo anche delle ottime brioche.
Dopo averne discusso, tenuto conto del fatto che abbiamo solo una giornata, decidiamo di affidarci ad una guida ufficiale per la visita della medina. Lasciamo che sia il ragazzo dell’hotel a procurarcene una. Normalmente è meglio evitare le guide perché tendono a portarvi solamente dove vogliono loro e vi fanno vedere solo i negozi di amici o dove per lo meno prendono una commissione. Anche per questo motivo inizialmente siamo intenzionati a farci guidare solo per mezza giornata.
Il nostro cicerone è un tipo buffo e strano. Per prima cosa decide che dobbiamo usare la nostra auto. Appena partiti si mette a leggere un giornale sportivo, dove spiccano le scommesse di cavalli, lasciandomi alla guida senza quasi indicarmi la strada! La prima sosta è per le foto al palazzo reale. Riprendiamo il cammino senza capire inizialmente dove ci stiamo dirigendo, e arrivati su di una collina in periferia, dalla quale si alzano lunghe colonne di fumo nero, ci fa fermare in un posto loschissimo.
Scopriamo che qui si trovano diverse cooperative dove si lavora la ceramica: confesso che soli non avremmo mai osato addentrarci in un simile luogo.
Lo spettacolo è bellissimo. La manualità e la maestria che hanno nel creare piatti e vasi dal nulla sono eccezionali. Per non parlare delle decorazioni fatte rigorosamente a mano e con colori naturali.
Il forno di cottura ci sembra appena estratto da un canto dell’inferno dantesco, due poveri diavoli si alternano davanti alla sua bocca e gettano polvere di ulivo e cedro; questa in tutta risposta sputa lingue di fuoco e sbuffi di fumo nero che si innalza a colonna nel cielo.
Ovviamente la visita termina nel negozio, dove tentano di venderci ogni tipo di ceramica. Nonostante questo ultimo particolare, vedere gli artigiani all’opera e l’insieme di come si svolge il loro lavoro è risultato molto interessante.
Riprendiamo la via della medina. Dopo esserci incanalati tra strette vie percorribili in auto, abbandoniamo il mezzo presso di uno dei tanti parcheggiatori abusivi e ci incamminiamo di corsa dietro alla guida; ora sembra avere il pepe al culo. In un attimo ci ritroviamo catapultati indietro di qualche secolo!
L’impatto con il Suk è qualcosa di semplicemente unico. Difficile descriverlo a parole a chi non lo ha mai vissuto in prima persona. La prima sensazione che si ha, probabilmente, è quella di rimanere completamente disorientati. Siamo investiti da colori, odori e suoni di ogni tipo. Negozi di spezie, frutta, pesce e carne si susseguono senza continuità. Ma soprattutto con il suo brusio di fondo il Suk sprizza di vita.
Superato lo scoglio iniziale, attraversiamo una zona dove si lavora l’ottone. La guida continua ad andare spedita e per stargli dietro fatichiamo ad assimilare il mondo che ci circonda. Superato un passaggio buio e stretto che si arrampica in salita, e dove veniamo incalzati da alcuni muli carichi di merce, arriviamo all’entrata dell’università. Quello delle bestie da soma è ancora oggi uno dei pochi metodi di trasporto utilizzabili in queste strette vie. L’università in questo momento è in fase di ristrutturazione, non è quindi possibile visitarla, ma le informazioni storiche narrano comunque che l’università di Fés sia una delle più antiche al mondo.
Mentre scattiamo alcune foto alla tomba di Idrissi II, fondatore della città e diretto discendente di Maometto, assistiamo ad una pessima scena. Una ragazza che vende candele all’ingresso della moschea, a seguito di una discussione con la nostra guida, è cacciata in malo modo e in seguito costretta a rifugiarsi all’interno della moschea stessa. Superato questo choc, ci aspetta il suk dei vestiti; alcuni sono molto belli e sono confezionati con preziose sete lucenti. Entriamo poi nella zona dove si trovano gli artigiani del legno. I negozi sono ornati da delle immense sedie a forma di trono: ci spiegano che non sono in vendita ma che possono essere noleggiate solo in occasione di matrimoni. Tradizione vuole che in quella occasione gli sposi vi siano messi sopra e facciano due giorni interi di festa!
Prima di pranzo non possiamo inoltre mancare l’appuntamento con un venditore di tappeti. Attraversiamo uno stretto e buio ingresso, ci fanno salire al piano superiore attraverso una scala angusta e verticale per arrivare davanti ad alcune ragazze molto giovani che stanno tessendo tappeti.
Ci viene spiegato che la pratica della tessitura è impartita loro molto presto, e che metodo e disegno del tappeto si trovano esclusivamente nella loro memoria. Dopo esserci cimentati goffamente in quello che per loro sembra così naturale, ci traslocano al piano di sotto. Zona mostra.
Davanti a noi si apre un ampio salone, alle pareti sono srotolati distrattamente diversi tipi di tappeti e ammucchiati ai lati centinaia di pezzi dai mille colori che rendono l’ambiente caldo e accogliente.
Dopo averci fatto sedere iniziamo con il rito del tè marocchino, dopodiché iniziano a stenderci davanti tappeti di ogni tipo e misura. A niente valgono i nostri seppur garbati rifiuti, e nemmeno le nostre spiegazioni sul fatto che non abbiamo intenzione di fare alcun acquisto. I tappeti, in perfetto stile persiano, kilim o misti, sono sinceramente molto belli. Sul prezzo possiamo dire che non sono regalati, anche se in Italia tappeti di questo tipo avrebbero sicuramente un prezzo più alto.
La trattativa in stile marocchino è una vera e propria arte. Può durare per ore ed è fatta di offerte, controfferte e discorsi che tutto hanno a che vedere tranne che con i tappeti. Alla fine l’estenuante trattativa volge al termine, i nostri amici si sono lasciati catturare da uno splendido tappeto stile persiano e concludono l’affare. In fondo come dicono qui in Marocco “se il tappeto ti piace non ti preoccupare di dove metterlo, vedrai che quando entra in casa il posto lo trova da solo”.
(il venditore pur mostrandosi scocciato è comunque sceso a 1/3 del prezzo iniziale!)
Finalmente riusciamo a sederci per il pranzo. Il ristorante naturalmente lo sceglie la nostra guida e manco a farlo apposta si trova proprio a fianco del venditore di tappeti!
Iniziamo con l’insalata marocchina che è composta di svariate tipologie di legumi e verdure, tra cui carote, patate, fagioli, lenticchie e altri mix ricchi di spezie. Come piatto di portata prendiamo il couscous con legumi e verdure, molto buono ma anche molto piccante. Per finire come dessert arancio alla cannella. (la spesa è di 150dh a testa, e il posto da considerarsi sempre come ristorante chic). Il ristorante si rivela comunque molto carino e con porzioni più che abbondanti.
A stomaco pieno riprendiamo il nostro giro per l’intricata medina. La prima tappa la facciamo, incredibilmente di nostra volontà, in un negozio dove ricamano tovaglie; forse anche per questo riusciamo ad uscire senza fare acquisti. La seconda invece è sempre a cura del nostro amico.
Ci fermiamo in una farmacia berbera dove una donna molto gentile ci spiega, per mio grande piacere in spagnolo, l’utilizzo di alcune spezie e dei profumi. Non possiamo fare a meno di acquistare 5gr di zafferano in pistilli e proseguiamo. Ci attende ancora l’immancabile appuntamento con le concerie.
Alcuni vicoli più in là iniziamo a incontrare negozi di pellai. La guida ci fa salire di nuovo per una ripida e buia scala, questa volta però ad attenderci in cima non troviamo un buio stanzino con donne al lavoro, ma uno spettacolo meraviglioso. Possiamo ammirare la città dall’alto, con tutto il suo fascino. Case su case, dominate da numerosi minareti che come torri di guardia scrutano l’orizzonte. In lontananza i monti del Rif la riparano, quasi a volerne celare la vista da sguardi indiscreti. Per ultimo, ma non in quanto a bellezza, sotto di noi, tra case fatiscenti ed erose dal tempo, decine e decine di vasche colorate come la tavolozza di un pittore. L’odore di guano che sale dalla conceria è piuttosto sgradevole, tuttavia siamo sufficientemente lontani perché non risulti insopportabile.
La visita guidata si conclude qui, e ritornati all’hotel liquidiamo la nostra guida.
Personalmente credo che visitare la città con una guida non sia il massimo, ma nel caso in cui si ha a disposizione solo un giorno è pressoché inevitabile farvi ricorso: per lo meno si evitano gli scocciatori e si è sicuri di visitare tutte le cose più importanti della città.
Non attendiamo molto per rimetterci in strada, percorriamo la “Hassan II” in direzione del palazzo reale. Durante il tragitto mi fermo ad una cabina telefonica per chiamare Alì, il proprietario della guest house Merzouga, gli do conferma del nostro arrivo nella serata di domani, quando, tempeste di sabbia permettendo, avremo il nostro incontro con il deserto.
Prima che faccia buio entriamo nel Suk adiacente al palazzo: qui di turistico non c’è praticamente nulla e la qualità dei prodotti in vendita è decisamente inferiore. In compenso i prezzi sono decisamente più bassi, e udite udite, assolutamente non negoziabili! Acquistiamo dei datteri veramente deliziosi e una teiera per il tè marocchino che già ci è entrato nel cuore.
Sulla via del ritorno, dopo aver attraversato un vicolo tracimante di negozi che espongono false griffes, facciamo sosta in una pasticceria e ci riforniamo di brioche per la colazione di domani quando all’alba partiremo per il grande sud.
Dopo due giorni di cibo da catering e marocchino decidiamo che sia il caso di riposare lo stomaco con una pizza abbastanza insignificante. Cena piuttosto mediocre.

23 Aprile 2007 Fés - Merzouga

Partiamo presto da Fés per quella che si preannuncia come una delle giornate più sconvolgenti del viaggio.
Sono circa le sette del mattino e il vecchio guardiano dell’hotel, con la sua sigaretta sempre accesa, i denti ingialliti e i vestiti impregnati di fumo, ci saluta augurandoci buon viaggio; Inshallah naturalmente.
Intraprendiamo una breve e accesa discussione con i parcheggiatori che tentano di alzare il prezzo pattuito in precedenza: alla fine molliamo entrambi leggermente la presa, e visto che si potrebbe fare tranquillamente sera, ci incontriamo a metà strada.
Lasciare Fés risulta più facile del previsto e percorrendo una strada costeggiata da ulivi lentamente ci lasciamo alle spalle la periferia. Il cielo è limpido e di un azzurro turchino.
In lontananza scorgiamo il Medio Atlante. Lunghi rettilinei lasciano il posto alle prime curve e, allo stesso tempo, i bassi e nerbuti ulivi sono sostituiti dagli alti e maestosi cedri dell’Atlante.
Dopo poco più di un’ora che siamo in viaggio, ci appare come una città fantasma Ifrane, che è infatti prevalentemente una località turistica dove le famiglie marocchine ricche vengono a sciare. Ad un primo impatto appare quasi come un’improbabile località svizzera: lunghi e ordinati viali alberati, contornati da case bianche, austere e dai tetti spioventi.
Lasciamo in fretta la città e altrettanto velocemente i paesaggi si fanno più brulli e sassosi. Siamo già entrati nelle terre dove le antiche popolazioni berbere vivono ancora prevalentemente di pastorizia. Vasti spazi, colorati di tanto in tanto da greggi di pecore che pascolano liberamente, cesellati qua e là da gruppi di case di fango e sassi, si susseguono con continuità mentre noi risaliamo lentamente l’Atlante.
Raggiungiamo il Col du Zad, con i sui 2179 metri, e con nostra grande sorpresa troviamo la neve! L’aria è frizzante e la nebbia ci avvolge lentamente celando i picchi circostanti. Il cielo si è fatto plumbeo, fuori dal finestrino ora non vediamo che brulle distese acquitrinose e spruzzate di bianco; se non sapessimo di essere in Marocco sembrerebbe quasi di essere nella tundra siberiana.
Scendiamo per alcuni chilometri sempre avvolti nella nebbia, quando riprendiamo finalmente possesso della piena visuale ritrovandoci su di un vasto altopiano color mattone. Piccoli e deserti paesi, insieme a qualche ciuffo d’erba, rompono a tratti la monotonia dei colori. Superata la metà del nostro tragitto raggiungiamo l’abitato di Midelt, il quale si trova in una zona famosa per la ricchezza di miniere e minerali. Il cielo è ancora plumbeo e la cittadina sembra stordita dal maltempo. A rompere la quiete solo una carovana di turisti con jeep che scorrazzando a tutta velocità ci superano senza troppo rispetto. Riempito il serbatoio riprendiamo a salire sull’Alto Atlante. La strada, circondata da terra rossa, si arrampica tra le sassaie. In non molto tempo valichiamo anche il secondo passo, il Tizi-n-Talrhemt, che raggiunge i 1907 mt di altitudine. Superata anche quest’ultima barriera naturale iniziamo a scendere verso il grande sud. Entriamo lentamente in quelle che sono denominate le gole dello Ziz: qui il fiume ha scavato, nel corso dei millenni, un canyon spettacolare dalle pareti altissime e al termine del quale si trova un grande lago. In una giornata che si sta mostrando tutt’altro che avara di emozioni, ci lasciamo alle spalle anche questa meraviglia della natura ed entriamo nella cittadina di Er-Rachidia per la tarda ora di pranzo.
Consumiamo il pasto in un ristorante che si trova sulla strada principale, quella che prosegue per Erfoud. Il menù non è molto vario e decidiamo per omlette e tajin di pollo (70dh a testa circa).
Il caldo inizia a farsi sentire e una leggera cortina di umidità avvolge il tutto; prima di rimetterci in viaggio facciamo scorta di acqua e viveri. Veniamo abbordati da un ragazzo che parla benissimo l’italiano e che si offre di portarci nel deserto: decliniamo gentilmente l’invito spiegando che abbiamo già chi ci aspetta una volta a destinazione. Ripartiamo.
Lasciata la periferia desertica della città entriamo nella parte finale della splendida valle dello Ziz. Il rosso della terra contrasta enormemente con il verde intenso delle palme che si ergono alte dal letto del fiume. Avanziamo tra piccoli paesini dalle splendide case color sabbia e ad un tratto dal cielo, che nel frattempo si era fatto sempre più plumbeo, inizia a piovere a scrosci. La strada si trasforma e in un attimo la ritroviamo piena di giganteschi guadi! La tensione è palpabile quando su alcuni di loro la nostra piccola utilitaria si scompone leggermente, facendoci per alcuni istanti temere il peggio. Fortunatamente li superiamo indenni. Chi lo avrebbe mai detto, aver paura di affogare ai piedi del Sahara!
La strada in pochi chilometri ritorna incredibilmente asciutta e desertica. Proseguiamo verso Erfoud.
Il vento, che ha iniziato a soffiare forte durante il temporale, ora sta spingendo la sabbia sulla strada e forma piccole dune ai bordi della stessa. Dentro di noi si fa strada un cattivo presagio: abbiamo paura che tutta la fatica fatta per raggiungere Merzouga prima del tramonto e partire così a dorso di dromedario verso le dune, possa essere vanificata da una tempesta di sabbia.
Ed ecco finalmente Rissani, la porta del deserto! È proprio da una magnifica e maestosa porta, dorata ed in perfetto stile arabo, che veniamo accolti all’ingresso del paese. Rissani è un piccolo e grazioso abitato con case color ocra e mattone :avvolgono la via principale quasi a voler celare quello che accade all’interno. Le grandi pozzanghere nelle strade ci indicano che anche qui è piovuto da poco.
Lasciamo il piccolo abitato e la strada si snoda dapprima tra piccole e deserte casbah, poi corre dritta fiancheggiando le dune a sinistra e una vasta zona piatta e desertica sulla destra.
Siamo ormai stremati dal viaggio ma sentiamo che la meta è vicina. L’Erg-Chebbi si estende in un’atmosfera surreale sulla nostra sinistra; dune che quasi paiono di cartapesta, come in un miraggio, si susseguono come onde nel mare.
A causa di una mia distrazione manchiamo il bivio che porta alla casa di Alì e tutto ad un tratto ci ritroviamo nel bel mezzo di Merzouga. Il paese è formato da poche baracche, ma in compenso i procacciatori di turisti sono numerosi: nemmeno il tempo di entrare che veniamo assaliti! Facciamo una veloce inversione a U, rischiando di schiacciarne un paio, e ritorniamo indietro 4-5 Km dove seguiamo l’indicazione Merzouga guest-house. Tra sassi e polvere arriviamo finalmente alla meta.
La casa è meravigliosa e altrettanto possiamo dire dell’accoglienza; siamo purtroppo in leggero ritardo e abbiamo giusto il tempo per prepararci. Alì ci rassicura sulle condizioni meteo lasciando svanire il brutto presagio che avevamo avuto. A suo dire siamo invece fortunati perché non c’è rischio di tempeste ed il tempo è ottimo per la nostra escursione. Riempiamo velocemente gli zaini, mentre attendiamo che ci portino i turbanti, sorseggiando tè berbero.
Con le teste fasciate, di blu (uomini) e bianco (donne), partiamo verso l’Erg-Chebbi sotto un cielo grigio battuto da raffiche di vento.
Il vento soffia forte e la scelta dei turbanti, che in un primo momento ci sembrava un azzardo piuttosto turistico, si rivela essenziale per la nostra avventura.
Dopo circa quindici minuti di cammino ci addentriamo nel deserto e lentamente guadagniamo il cuore delle dune. La sensazione che mi assale è unica, i colori sfumano dall’ocra all’arancione e sparuti ciuffi d’erba sbucano tra la sabbia e colorano di verde le dune. Tra sonnecchianti sali e scendi avanziamo senza fretta. Il sole, quasi a volerci regalare un brivido, fa capolino basso all’orizzonte, sotto le nuvole, e dipinge lunghe ombre sulla sabbia. Il vento gioca con le dune divertendosi a ridisegnarle e loro, facendosi gioco di lui, rinascono ogni volta più belle nel loro infinito farsi e disfarsi.
Dopo un’ora e trenta minuti, dove ad ogni passo ci appare un mondo nuovo, arriviamo al nostro accampamento. La tenda berbera, in lana di dromedario, ci aspetta in una conca silenziosa dove il vento, per qualche istante, cessa persino di sibilare. Lasciamo Ibrahim, il nostro ragazzo guida, alle prese con i dromedari. Noi affondiamo i nostri piedi nella sabbia soffice e allo stesso tempo compatta. Iniziamo a salire. A fatica scaliamo questo granello di Sahara in cerca della duna più alta. Il sole si è fatto basso e quasi sta per scomparire all’orizzonte mentre le dune si tingono di tonalità sempre più scure.
Niente. Il primo pensiero potrebbe essere questo inizialmente. In mezzo a tutto questo niente invece la mente si quieta e sembra che non serva nulla di più per sentirsi vicini a Dio. In questo mondo, così lontano dal nostro, nell’eterno gioco della natura che rasenta la perfezione, sembra di trovare la risposta a tutte le domande, semplicemente perché si ha la sensazione che non ne serva nessuna!
Forse come dice qualcuno: “Perdersi nel deserto, aiuta a ritrovare Dio”.
Il sole scompare velocemente e noi lasciamo questo momento, sospeso tra il giorno e la notte, per entrare in un’altra dimensione del deserto: la tenda.
Bassa e di spessa lana di dromedario. Entriamo gattoni e subito ci accorgiamo che sotto di noi, a proteggerci dalla sabbia, c’è solo qualche vecchia coperta. Un rudimentale e piccolo tavolo rotondo accoglie una candela e più tardi accoglierà la nostra cena. Qua e là qualche cuscino. Qui dentro c’è molto di più. C’è un profondo senso di quiete e protezione, ci sono secoli di tradizione nomade e in fondo possiamo dire che qui c’è l’anima del deserto. In simbiosi con il nostro nuovo mondo, sorseggiamo il nostro “tè nel deserto” e tra una risata e l’altra ripercorriamo l’incredibile giornata che ci stiamo lasciando alle spalle.
Il vento non dà tregua, sibilando tra le dune e tra le fessure della tenda. Ibrahim si sta dando un gran daffare per noi: ci serve la cena. Si presenta prima con una zuppa, della quale non abbiamo il coraggio di chiedere gli ingredienti, poi con un unico grande tajin di pollo e verdure che, posto in mezzo al tavolo, viene condiviso da tutti.
Ibrahim avrà all’incirca vent’anni e dopo cena cerchiamo di fare un po’ di conversazione con lui ma purtroppo parla praticamente solo berbero e i nostri tentativi spesso vanno a vuoto. Riusciamo però a chiedergli dove vive, e lui, con una naturalezza disarmante, ci dice semplicemente “al di là della grande duna”.
(Ci sarebbe da premettere che l’Erg-chebbi è un piccolo deserto di dune “28x7km” che si trova molto vicino al confine con l’Algeria. Le popolazioni nomadi che da secoli vivono in queste zone hanno trovato qualche difficoltà quando, alla fine della guerra, i confini hanno diviso i territori dove erano soliti vivere da sempre liberi).
Intanto fuori il cielo si è rasserenato e insieme alla luna sono spuntate le stelle. La notte è lunga, il vento soffiando tra le fessure porta all’interno della tenda un po’ di sabbia e più di una volta mi sveglio per togliermi dalla faccia i minuscoli granelli di Sahara che mi ricoprono. Durante uno di questi risvegli, nel cuore della notte, esco per andare in “bagno”. Fuori è buio pesto, anche la luna è tramontata. Appena abituato l’occhio all’oscurità, mi accorgo del firmamento in tutto il suo magnifico splendore: la luce delle stelle è sufficiente per potersi muovere senza problemi. Prima di rientrare, rimango qualche istante estasiato davanti a tanta bellezza.
Credo che difficilmente le parole potranno mai descrivere realmente le sensazioni provate e tutto quello che ci sta intorno.

24 Aprile 2007 Merzouga – Aìt-Benhaddou

La giornata inizia all’alba. Ibrahim ci sveglia alle sei e dopo esserci stropicciati gli occhi e tolti la sabbia di dosso, usciamo per vedere il sole che si alza dalle dune.
Il vento si è calmato, ora sembra di essere in un piccolo mondo di ovatta. I colori del mattino sono più tenui, l’impressione è quasi quella che anche il deserto alla fine della notte sia andato a dormire e che ora abbia bisogno di risvegliarsi lentamente. Ammirata ancora una volta la bellezza di questo luogo, recuperiamo i bagagli e lentamente ripartiamo con la nostra carovana verso Merzouga. Gustiamo dolcemente il viaggio di ritorno, ripensando ai brevi ma intesi attimi passati qui, ben consci che questa esperienza lascerà il segno. Quello che in un primo momento poteva sembrare un luogo inospitale, si è rivelato invece pieno di vita: piccoli insetti, erba che contro ogni aspettativa sbuca dalla sabbia e piccoli uccelli che cinguettano tra un cespuglio e l’altro.
Al nostro arrivo Alì ci attende davanti a casa per accoglierci. L’accoglienza è veramente ottima ed entrando in casa si ha l’impressione di far parte di un piccolo microcosmo a sé: quello che separa il fuori dal dentro non è solo il muro di sabbia, paglia e fieno eretto dai muratori, ma una sorta di guscio invisibile che protegge la vita di queste persone dal mondo esterno. Probabilmente siamo ben lontani dal capire veramente la vita di questi popoli, ma il solo varcare la soglia ci dà la possibilità di modificare la nostra visuale.
Inutile dire che la doccia è la prima cosa che facciamo dopo due giorni in cui non abbiamo avuto tregua; subito dopo siamo pronti per la colazione. Mentre mangiamo Alì si siede con noi a tavola per fare conversazione e dalle sue parole possiamo comprendere le difficoltà e, allo stesso tempo, la bontà di queste anime del deserto. Prima di andarcene, approfittando fino in fondo della sua gentilezza, io e Alì andiamo alla cabina del telefono, gli faccio telefonare all’hotel di Aìt-Benhaddou e prenotare le nostre camere per questa sera. Salutiamo tutti con la promessa di ritornare, Inshallah naturalmente. La sensazione è quella che sarebbe valsa veramente la pena fermarsi un po’ più a lungo.
Mentre lasciamo l’abitato, un bambino ci corre incontro e credendo che voglia salutarci rallentiamo. Quando abbasso il finestrino le sue parole sono “one t-shirt!.....” il lato oscuro del turismo!
Ci lasciamo alle spalle Merzouga, Rissani e insieme a loro l’Erg con le sue dune. A Erfoud svoltiamo in direzione Tinajid, e attraverso una polverosa zona desertica raggiungiamo di nuovo la strada principale che porta a Ouarzazate. L’aria non è ancora bollente, ma il sole sui vetri porta la temperatura dell’abitacolo a livelli quasi insopportabili. Proseguiamo fino a Tinehir, e qui imbocchiamo le Gole del Todra. Dopo aver svoltato a destra, dapprima saliamo sulla montagna, poi costeggiamo una verde valle ornata da case di sabbia che quasi stentiamo a riconoscere sui fianchi della montagna stessa. La strada si restringe tra rocce che si innalzano sempre più irte, e tra piccoli agglomerati di case ad un certo punto siamo costretti a fare una sosta obbligata. La temperatura del motore è andata alle stelle! Ci fermiamo per una decina di minuti all’ombra e notiamo che il via e vai di auto si fa abbastanza insistente. Ripartiamo e in nemmeno un paio di chilometri ci ritroviamo nel mezzo di un girone da inferno dantesco: pullman e auto parcheggiati su entrambi i lati della strada, venditori insistenti ad ogni metro, cartelli che invitano a questo o quel ristorante, addirittura appesi a decine e decine di metri d’altezza sulle pareti della gola! Facciamo una passeggiata lungo la gola e la prima impressione di “posto da evitare” si rivela azzeccata. Ormai lo sfruttamento turistico di questo luogo è consolidato e queste poche centinaia di metri di canyon sono preda di tutti. In realtà la strada, dopo questo tratto, si fa sterrata, prosegue indisturbata per chilometri, risale in alto sulle montagne e dopo un passo a 2800mt si ricongiunge con le gole del Dadès regalando paesaggi mozzafiato. Purtroppo, oltre a non avere il tempo, non abbiamo nemmeno una jeep o una moto per affrontare un simile percorso, così, dopo questa fugace e triste apparizione, ritorniamo verso valle.
Durante il tragitto fatto per salire fino a qui, la mia attenzione era caduta in un grazioso ristorante sulla strada e sulla via del ritorno decidiamo di farci la sosta per il pranzo. Ci servono un ottimo couscous con pollo e verdure che ci viene servito all’aperto sotto ad una rilassante e fresca tettoia. Tutto ad un tratto la magnifica atmosfera viene interrotta da un pullman di turisti urlanti. La scena è delle peggiori: urlano, cantano a squarciagola e neanche a dirlo sono tutti italiani! Questo è uno di quei casi in cui desidererei avere la cittadinanza estera!
Scesi dalla valle riprendiamo il nostro cammino tra sassose e desertiche pianure fino a quando, dopo l’abitato di Boumalne-Dadés, la valle che costeggia il fiume si fa più verdeggiante.
Ora gli abitati si susseguono con continuità. Attraversiamo quella che viene definita la valle delle rose, famosa per il fiore che qui fiorisce solo due mesi l’anno (maggio-giugno), e per la colorazione del terreno che tende al rosa. I paesi si susseguono e la valle è piacevolmente ornata di ksour e casbah: varrebbe certo la pena fermarsi più a lungo per apprezzare questi luoghi. Lasciata l’incantevole valle, solo gli ultimi cento km desertici ci separano ormai dal nostro obbiettivo giornaliero. Sul calar della sera superiamo Ouarzazate, famosa per ospitare studi cinematografici e dove sono stati girati parecchi film. La città è vivace , animata da un chiassoso suk che vorremmo tanto poter visitare: purtroppo il tempo è tiranno e dobbiamo proseguire oltre.
Al calar del sole arriviamo finalmente ad Aìt-Benhaddou. Giusto in tempo per avere un primo scorcio della città che giace sul fianco di una collinetta e si sta colorando delle sfumature rosso-purpuree del tramonto. Il nostro hotel (Etoil Filante d’or) è situato proprio sulla strada principale e dalla terrazza si può ammirare uno scorcio dello Ksar.
Il viaggio ci ha stremati e decidiamo di cenare all’interno dell’hotel (anche perché la cena è compresa nel prezzo). Dopo cena approfittiamo del grazioso gazebo sulla terrazza, adornato di cuscini in stile marocchino. La temperatura nel frattempo si è abbassata molto e siamo costretti ad abbandonare in tutta fretta questo avamposto.

25 Aprile 2007 Aìt-Benhaddou – Marrakech

Il cielo è limpido e anche oggi si prospetta una giornata ricca di emozioni. Alle otto abbiamo già fatto colazione e stiamo per guadare il fiume che porta allo Ksar. Aìt-Benhaddou è quasi completamente disabitata, sono rimaste solo poche famiglie ad abitare in questa antica casbah. La situazione è notevolmente peggiorata qualche anno fa, quando l’UNESCO l’ha dichiarata patrimonio dell’umanità: da allora alcune famiglie hanno abbandonato il luogo perché i lavori di restauro risultavano lunghi e fastidiosi. In realtà noi non abbiamo modo di notare nessun lavoro di restauro in atto, anzi, buona parte delle costruzioni risultano erose dalle intemperie e sarebbe veramente un peccato se questo splendore si perdesse.
A quest’ora del mattino fortunatamente lo Ksar è quasi deserto e il nostro giro, tra stretti vicoli di un'altra epoca, regala magnifici scorci; si ha l’impressione di essere dentro uno di quei castelli di sabbia che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha costruito sulle spiagge della sua infanzia.
Verso le dieci è completamente invasa dai turisti ed i piccoli negozietti aperti all’interno sono diventati tutti operativi. Noi abbiamo già carpito la nostra dose di emozioni, e dopo aver lanciato l’ultimo sguardo sulla verde valle sottostante, salutiamo definitivamente la città di sabbia.
A metà mattinata, dopo aver salutato i gentilissimi proprietari dell’hotel, prendiamo la via del passo “Tizi-n-Tichka” che ci porterà fino a Marrakech.
Ci lasciamo lentamente alle spalle i paesaggi desertici e sassosi del grande sud e imbocchiamo una valle grigia e brulla. La strada è disseminata di venditori di pietre minerali, spesso false e dai colori fluorescenti. Anche se questa zona è comunque conosciuta e apprezzata realmente per la ricchezza di minerali.
Si dice inoltre che qui ci siamo le scalate ed i sentieri di montagna più belli di tutto il Marocco! Risaliamo lentamente l’Atlante e superato il passo, a 2260mt, iniziamo la ripida discesa del versante nord. Inizialmente la strada è molto scoscesa, e tra ripidi tornanti scendiamo velocemente verso valle. Più in basso le pietre lentamente lasciano il posto alla vegetazione e tutto si colora di verde. Attraversiamo diversi paesi tra boschi di pini, cedri e oleandri.
Mezzogiorno è già passato da un po’ decidiamo di fermarci per il pranzo scegliendo un ristorante lungo la strada. Il locale non è un granchè, ma gode di una splendida vista sulla valle circostante. Mangiamo anonime omelette anche perché il menù non offre molto di più. Il fatto però più insolito è che tutto viene gestito esclusivamente da donne.
Ripartiamo alla volta di Marrakech, ormai mancano solo sessantacinque km di strada.
L’arrivo in città è un pugno dritto alla bocca dello stomaco. Dopo la pace e i grandi spazi del sud, ritrovarsi catapultati dentro alla bolgia di Marrakech è spiazzante. Auto e motorini sfrecciano da ogni parte, senza un apparente ordine o ragione. La segnaletica è incomprensibile e soprattutto non sappiamo da che parte andare! Ci fermiamo alla prima cabina del telefono per chiamare Emanuela, una ragazza italiana che si è sposata con un marocchino e ora vive qui. Lei, molto gentile e disponibile ci comunica che, anche se i riad di Marrakech sono praticamente tutti al completo, è riuscita a trovarci un posto dove poter sostare 2 notti (circa 700dh a notte, anche se in realtà speravamo di spendere un po’ meno). Telefonicamente mi dà indicazioni per raggiungere il nostro contatto; purtroppo non risultano chiarissime e ci perdiamo prima fuori e poi dentro alle mura della medina. Questa è un groviglio di pedoni, biciclette, motorini e carretti trainati da animali e tutto senza apparenti regole. Decidiamo di affidarci ad un ragazzo in bicicletta che, dopo qualche tentennamento, riesce a portarci alla meta; senza di lui sarebbe risultata impossibile.
Quando tutto sembra andare per il meglio, ecco il colpo di scena dietro l’angolo. Un poliziotto si avvicina minaccioso, gli consegniamo i documenti e lui ci fa capire che c’è qualcosa che non va. L’ultima volta che sono sceso per chiedere informazioni non ho riallacciato la cintura di sicurezza! A quel punto, capita in parte la situazione, mentre gli altri parcheggiano la macchina, mi fiondo a telefonare al nostro contatto del riad che dovrebbe venire a prenderci proprio in questo parcheggio. In pochi minuti fortunatamente arriva sul posto.
A questo punto inizia uno strano balletto. Prima vengono liquidati i vari curiosi, poi viene smarrito il ragazzo che ci ha portato qui, che oltre alla nostra mancia ne pretendeva una anche dall’uomo del riad.
Infine, quando rimangono solo pochi occhi indiscreti, scopriamo la vera natura di tutta questa baraonda: la mazzetta!
Il poliziotto, al termine di una breve trattativa con il nostro mentore, fa il suo prezzo: Cento Dirham, che a noi sembra più che “onesto”. La scena si chiude con me, quasi in preda all’euforia per aver risolto la situazione, che passo furtivamente i soldi nella mano dell’agente mentre mi restituisce i documenti! Che emozione: è la prima volta che corrompo qualcuno! E con quale destrezza poi!
La strada per il riad è subito in una zona esclusivamente pedonale, ricca di negozi di ogni sorta e di qualche ristorante. In circa 5 minuti raggiungiamo la nostra destinazione. Il posto sembra molto bello e, quando dietro di noi si chiude la porta che lascia fuori la confusione, come già successo a Merzougà, si apre a noi un altro mondo fatto di rassicurante tranquillità.
L’impressione è, ancora una volta, che qui in Marocco dietro ogni muro si apra una nuova dimensione, qualcosa che da fuori è persino difficile immaginare.
Le camere sono arredate in perfetto stile marocchino, dalle tinte vivaci e arricchite da ottoni e piccoli mosaici. Noi non possiamo però resistere al richiamo che viene da fuori: depositiamo le nostre cose e siamo subito in strada. Le vie ci appaiono subito più nuove e meglio curate di Fés, i negozi numerosissimi e ben forniti. Il numero di turisti è veramente alto, ma anche il via vai di marocchini non scherza.
Marrakech è confusione come mai lo era stato fino ad ora il Marocco. Dopo qualche vicolo labirintico sbuchiamo finalmente sulla famosa Place Jemaa’el’fna. L’origine del nome è incerta, ma tra le ipotesi più plausibili, sembra ci sia quella che la voglia come traduzione esatta di “Assemblea dei morti” per indicare il tempo in cui nella piazza erano eseguite le condanne a morte.
L’impatto con la piazza è forte e una centrifuga di emozioni ci colpisce dritta al petto. Sembra di stare su di un ring dove, come in balia dei colpi dell’avversario, in un solo istante veniamo travolti da suoni, colori e odori.
Prendete una grande piazza orlata da minareti e palazzi dalla tinta ocra pastello, poi gettateci dentro giocolieri, incantatori di serpenti, venditori, ciarlatani, mendicanti e qualunque cosa vi passi per la testa. Mescolate un po’ e ancora sarete lontani dal comprendere il fascino e la magia di questo luogo.
Superato il primo timore facciamo un giro circolare della piazza e, per inaugurare il nostro arrivo in città, assaggiamo una bella spremuta d’arancia appena fatta.
Infiliamo un vicolo della medina dove coloratissimi e ordinati negozi si susseguono l’uno all’altro.
I vicoli sono moderni e ben curati, totalmente diversi da quelli di Fés e la diversità del suk salta agli occhi immediatamente. Nonostante Marrakech abbia ormai subito una grande trasformazione dovuta all’orda di turisti, conserva tuttavia un fascino tutto suo. La varietà di oggetti utili e inutili che si possono trovare qui è a dir poco impressionante.
Ritornati al punto di partenza saliamo sulla terrazza del bar che si trova a fianco dell’ “Hotel CMT” per ammirare dall’alto la piazza che, con il calare del sole, si sta lentamente mettendo l’abito da sera.
Sorseggiando un tè alla menta, rimaniamo estasiati per lunghi istanti, incantati dall’energia che si sprigiona dalla piazza, con i suoi pennacchi di fumo bianco che salgono al cielo e la musica ipnotica degli incantatori che riempie l’aria.
Ritorniamo lentamente al nostro riad dove, chiudendoci dietro la porta esterna, riscopriamo quel piccolo microcosmo che avevamo lasciato. La stanchezza di questi giorni, spesi a rincorrere luoghi lontani, si fa sentire e per la cena decidiamo di affidarci alla donna di casa.
Non ne rimaniamo affatto delusi: le porzioni sono più che abbondanti e i sapori, del couscous e del tajin, per una volta, non hanno solo i forti sapori delle spezie ma quelli naturali.
Mentre gustiamo la cena, nel nostro piccolo patio al riparo dal mondo, fuori si è fatto ormai buio e il vento fischia tra le fessure. Ad un tratto veniamo sorpresi dalla voce del muezzin che chiama alla preghiera della sera. Prima una. Poi due. Poi lentamente se ne aggiungono altre, e il vento spande le voci in aria, eteree ed evanescenti. L’aria si satura di questo lamento leggero che cresce di intensità e sembra venire da ogni dove. Poi, lentamente com’è arrivato, si dissolve nella sera.

26 Aprile 2007 Marrakech

Dopo un’abbondante colazione prendiamo di nuovo la via del suk. L’aria del mattino è frizzante e, a differenza di ieri, il cielo è coperto da un tappeto di nuvole grigie che sembrano minacciare pioggia.
Sono le nove e trenta del mattino e molti venditori hanno ancora i negozi chiusi. Ci infiliamo nelle vie della medina che a poco a poco prendono forma e colore. Non senza difficoltà seguiamo un giro circolare consigliato dalla Routard; attraversiamo i suk delle pelli, dei tintori, delle babbucce e degli intarsiatori per ritrovarci alla fine di nuovo in piazza. Fatta ancora una volta indigestione di colori ci dirigiamo verso il palazzo “Al Bahia”(della bella), ma essendo quasi mezzogiorno, lo troviamo in chiusura. Sulla via del ritorno, su invito, entriamo a visitare un hammam per turisti. L’ambiente è molto bello e i profumi che si liberano nell’aria, densa di umidità, sono invitanti; ci riproponiamo di tornare nel pomeriggio.
Il pranzo lo consumiamo in un piccolo ristorante che, dietro ad una porticina, si apre in uno splendido patio. Piccoli tavolini dai colori pastello sono contornati da piante e all’interno un paio di stanze ornate da cuscini e divani creano un’atmosfera da fiaba.
Il pranzo è ottimo, anche qui senza spezie, le pietanze hanno sapori puliti e decisi.
Dedichiamo il pomeriggio agli acquisti anche se, visti i tempi di trattativa e l’ampia varietà di oggetti, riusciamo a comprare solo una parte di quello che avremmo voluto. Alle sedici e trenta circa concludiamo la giornata con la visita al palazzo mancata il mattino.
Il palazzo è molto grande. Nelle stanze, seppur spoglie, si possono ammirare soprattutto porte e soffitti intarsiati nel legno: è un vero peccato non poter ammirare il palazzo con gli arredamenti dell’epoca lo valorizzerebbero sicuramente di più.
La giornata di contrattazioni e la confusione di Marrakech ci hanno sfiancato così, ben consci dell’esperienza che ci stiamo perdendo, decidiamo purtroppo di saltare l’hammam.
Prima di cena c’è anche il tempo di un brivido lungo la schiena e di uno spiacevole equivoco. Mi accorgo di non trovare più la macchina fotografica: inutile sottolineare gli attimi concitati in cui penso di aver perso tutte le foto e soprattutto gli indimenticabili attimi immortalati nel deserto! Esco dal riad correndo in direzione dell’ultimo negozio in cui mi sono spogliato per provare una maglia. Mentre sto già per aggredire verbalmente il povero malcapitato che giustamente nega di aver trovato la mia fotocamera, ecco che sbuca Linda correndo con l’amata Fuji in mano! Chiedo scusa al negoziante per lo spiacevole equivoco e ritorniamo sollevati al riad.
Alle diciannove e trenta usciamo per la cena.
La piazza, colorata da un velo di imbrunire e dalle luci della sera è ancora più affascinate. Magnetica. Nonostante l’ora tarda siamo fortunati e riusciamo a sederci nei tavolini di un anonimo ristorante che almeno ci regala una bella vista dall’alto. La cena è pessima: siamo obbligati a ripiegare sulla pizza. Non c’è dubbio però che la vista abbia compensato in maniera egregia il pasto.
Come diceva Paul Bowles: <>. Non so perché ma mi trova d’accordo.
L’incessante tambureggiare dei giocolieri e l’ammaliante suono degli incantatori hanno lentamente lasciato il posto ad un brusio di fondo, mentre il cielo si fa sempre più cupo e le luci della piazza più brillanti. Dall’alto dei minareti si alza la voce di preghiera dei muezzin. Ora non manca proprio più nulla per rendere magico questo momento fuori dal tempo.
Ci godiamo gli ultimi scampoli della folle Marrakech passeggiando, senza fretta. La piazza si svuota, e accompagnati dalla fresca brezza della sera facciamo ritorno al riad.

27 Aprile 2007 Marrakech - Essouaira

Oggi ci attende Essouaira.
Alle otto e quarantacinque bagagli in spalla siamo già per le vie della medina, a quest’ora semi deserta. Le vie che pochi minuti dopo troviamo per uscire dalla città sono invece già caotiche e congestionate.
In circa venti minuti siamo fuori dall’abitato. I paesaggi sono brulli e sassosi fino alla città di Chichaoua che si trova circa a metà strada verso la nostra meta. Lentamente le strade si fanno più verdi e sono orlate da grossi alberi di Argania. L’olio di Argania è una specialità tipica del Marocco e la sua estrazione, estremamente complessa, lo rende un prodotto ancora più pregiato. Le difficoltà sono però compensate dall’incomparabile sapore di mandorla tostata e dalle sue proprietà benefiche.
Arriviamo verso mezzogiorno.
La città di Essouaira vista dall’alto del promontorio che la sovrasta, con i suoi palazzi bianchi, incastonata tra alte mura fortificate e sospesa tra mare e cielo, ci appare quasi come un miraggio.
La città è un importante punto d’incontro di varie civiltà e tribù e nel passato è stata lo sbocco sul mare di Timboctu.
Noi la incontriamo prima nelle sue vie periferiche quasi deserte, poi parcheggiamo l’auto in uno dei parcheggi che si trovano fuori le mura e ci addentriamo all’interno dove le auto sono off limits. Troviamo posto in un piccolo riad gestito da uno strano tipo e da una ragazza molto giovane; le camere sembrano pulite, arredate con stile un po’ hippy e il bagno è in comune.
Usciamo subito in perlustrazione. Le vie brulicano di vita e la città è spazzata da un forte e fastidioso vento freddo che a stento è mitigato dagli spessi muri della medina. Vista l’ora entriamo in un ristorante: mangiamo finalmente pesce e di buona qualità. Messo a tacere lo stomaco proseguiamo con il nostro cammino.
La città ci appare atipica. Essouaira la bianca è i suoi bastioni che dominano il porto, è il suo mercato del pesce con le banchine adornate di pescherecci, è le piccole barche azzurre ed i voli di gabbiani, ma è ormai anche troppo turistica ed europea.
La città in fondo ci ha un po’ deluso, soprattutto quella viva, quella fatta dalle persone. Mai come oggi ci era capitato che in così poco tempo ci fosse offerta tanta hashish e di incontrare un numero così alto di mendicanti che ci chiedono soldi.
Sorseggiamo un tè nella caratteristica piazza centrale, al caffè Belle Epoque, ma proprio con il paradosso che viene dal nome, sia il tè che il servizio, ci fanno rimpiangere i giorni andati.
Vista anche la temperatura, decidiamo di abbreviare il nostro soggiorno qui; decidiamo che domani saremo di nuovo in viaggio e questa volta verso nord.
Passeggiamo verso la zona del Mellah, l’antico ghetto ebraico: qui i negozi assumono un aspetto più genuino e caratteristico, la città riprende leggermente le sembianze del Marocco che conosciamo e quand’è l’ora della preghiera assistiamo a centinaia di fedeli che al richiamo del muezzin si recano alle moschee.
Consumiamo la cena in uno dei tanti ristoranti in stile che si trovano sparsi per gli stretti vicoli: couscous di pesce e tè finale, versato nel bicchiere da un’altezza impressionante!

28 Aprile 2007 Essouaira - Oualidia

Iniziamo la giornata con la solita immancabile e abbondante colazione poi ci dileguiamo tra le strette via della medina verso la nostra auto. Anche oggi il vento soffia forte e freddo, per questo non rimpiangiamo affatto la nostra scelta. Ci lasciamo l’evanescenza di Essouaira alle spalle e, dopo aver svoltato sulla route n°1, facciamo qualche km ritrovandoci catapultati in una fiera di paese.
La strada è letteralmente bloccata e da ogni parte continua ad arrivare gente. Ci sono persino le giostre e la cosa più divertente è che tutto questo sta succedendo alle dieci del mattino, in un paese di tre case, che si trova in mezzo al niente!
Superiamo l’ingorgo. Ripreso il cammino il verde paesaggio si va trasformando, i dolci pendii e gli alberi lasciano il posto a campi coltivati: stiamo entrando nel cuore agricolo del Marocco. Incontriamo vasti campi di grano e altre colture per un centinaio di km; le strade sono affollate da trattori e mietitrebbia. Ad El-Agagcha svoltiamo in direzione ovest e i paesaggi ritornano brulli e sassosi; le coltivazioni lasciano il posto a capre e pecore e più di una volta dobbiamo frenare per non investirle. Superiamo una collina dopo l’altra e ogni volta sembra che dietro stia per comparire l’oceano Atlantico. Invece, immancabilmente ogni volta, spunta una nuova identica collina a coprire l’orizzonte togliendoci la speranza.
Finalmente il tanto agognato traguardo arriva. La cittadina di Oualidia ci appare semi-deserta e distratta. Noi imbocchiamo la piccola strada che scende verso la laguna e raggiungiamo un piccolo borgo dove si trovano alcuni hotel. Pranziamo in un ristorante a due passi dalla spiaggia da dove si sente l’urlo dell’oceano.
Il luogo sembra essere molto tranquillo e ci mettiamo poco a convincerci di restare. Troviamo posto per la notte nei bungalow spartani del “Tennis club”.
La spiaggia è vasta e il bagnasciuga è formato da rocce che frangono i flutti e mettono freno alla potenza dell’oceano; disseminata, nei pressi del paese, da tante barche rosa e nere. Il vento qui è meno intenso di Essouaira, ma comunque freddo e fastidioso. Passiamo il pomeriggio in spiaggia, riparati dietro ad una delle barche di legno in fila sull’arenile, con lo sguardo rivolto verso la vastità del mare e cullati dalla nenia dei tonfi fragorosi che le onde provocano infrangendosi a riva, tra sbuffi e bianchi pennacchi al cielo. In volo sparuti gabbiani e coraggiose rondini.
Sul fare del tramonto vediamo passare alcuni pescatori con le reti piene di grancheole: probabilmente questa sera sfameranno qualche turista.
Il sole scende in fretta dipingendo il cielo rosso fuoco per poi scomparire al di là dell’oceano.
La cena la consumiamo al ristorante Kalypso, molto chic e a due passi da noi. Ci trattiamo bene con paella e vino a volontà.
Quando andiamo a dormire il cielo è terso ma la luna, quasi piena, ci priva di quello che potrebbe essere un magnifico tappeto di stelle.

29 Aprile 2007 Oualidia – Casablanca

Questa mattina tiriamo tardi e usciamo per colazione solo alle nove. La spiaggia è semi-deserta e frequentata in prevalenza da marocchini. Ci godiamo sole e mare fino a mezzogiorno, ora in cui dobbiamo liberare le camere.
Carichiamo i bagagli e siamo di nuovo on the road.
La strada litoranea (esiste?) costeggia disordinate coltivazioni e pascoli. Superiamo senza soluzione di continuità alcune saline create tra la costa e la collina che costeggia la strada che danno vita ad una specie di golena paludosa.
Poco prima di El-Jadida attraversiamo il porto di Jorf-Lasfar. Questo ci appare come un mostro che mangia senza pietà la splendida natura che gli sta intorno; è sicuramente la bruttura più deprimente di tutto il viaggio. Superato il porto arriviamo nella cittadina che ci appare, forse non a caso, la più moderna e occidentale di tutte quelle viste fino da ora. Pranziamo lungo la strada in un moderno fast-food.
Riprendiamo la via di Casablanca attraversando ancora qualche coltivazione e campi di grano; dopo l’abitato di Bir-Jdid svoltiamo nella campagna verso Berrechid dove speriamo di trovare alloggio.
Attraversiamo circa quaranta km di brulle strade bucoliche e finalmente raggiungiamo il paese che dista solo venti km dall’aeroporto. Cerchiamo subito un alloggio a noi accessibile, ma sembra che non ve ne sia nemmeno l’ombra. Ci fermiamo persino a chiedere ad un poliziotto che purtroppo ci conferma i nostri timori. Nemmeno l’ombra di un hotel o simile. Nostro malgrado dobbiamo quindi spostarci.
Nei pressi dell’aeroporto troviamo un hotel che sembra una cattedrale nel deserto: ci chiedono infatti 100€ a notte per persona. Proseguiamo fino alla periferia di Casablanca dove ci dobbiamo accontentare di un Ibis. Non è proprio una sistemazione tipica, ma dopo 2100 km a spasso per le strade del Marocco, vogliamo evitare il traffico e la confusione della grande città.
Guardando fuori dalla finestra, ad un tratto, mi sento come un pesce che dal vetro della sua palla guarda il mondo. Le case bianche in stile ed i minareti lontani, che si tingono di rosso al tramonto, mi fanno capire che per noi il Marocco è ormai lontano. Scappato via, come le nuvole che ora attraversano il cielo andando verso est.
Duemila chilometri scivolati tra vento, sabbia e colori senza mezze misure. Fatti di sassi, pascoli, boschi verdeggianti e passi montani. Fatti da sguardi celati dietro ai veli ed ai sorrisi di bambini curiosi.
Fès l’antica ci ha dato il benvenuto, con la sua medina persa nel tempo. La lunga strada attraverso l’Atlante ci ha preparato al fascino delle dune di Merzouga. Poi ancora ai bordi del deserto, verso Ourzazate sulla via delle mille Kasbah, prima dell’incontro con Marrakech la folle, lasciata per i bastioni di Essouaira la bianca, e ancora su, lungo l’Atlantico nella pace di Oualidia. Ora qui, anonimi spettatori, a guardare la periferia di Casablanca che si tinge di porpora al tramonto.
A guardare, attraverso il grande vetro del nostro acquario, un mondo che non ci appartiene ma che per un istante ci ha fatto suoi. Ancora dobbiamo lasciarlo e già ci manca un po’ questo piccolo angolo d’Africa schiacciato tra due mari e il deserto.

30 Aprile 2007 Casa

La giornata del ritorno ha poco da raccontare. Consumata l’anonima colazione di un anonimo hotel, prendiamo la strada a due corsie che ci scorta fino al terminal dell’aeroporto dove, tra gli ultimi sbuffi d’Africa, lasciamo questo paese che in così poco tempo ci ha dato tanto.
Arrivederci Marocco……..



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3 commenti:

Anonimo ha detto...

Ciao, ho trovato il tuo racconto su turisti per caso che mi ha portato fino a qui...avevo già intenzione di andare in Marocco prima o poi ma dopo aver letto quello che hai scritto mi è venuta ancora più voglia...
Complimenti per il blog, molto bello!!
Se puoi mi toglieresti una curiosità....cosa significa la sigla SSL dopo il tuo nome in turisti per caso?? Perchè l'ho già vista anche in altre identità....

Ciao ciao

Daniele ha detto...

Nel mio caso SSL non significa niente di particolare, è un abbreviativo della mia città che ho aggiunto perchè il mio nome era già stato usato da altri........grazie dei complimenti.

Anonimo ha detto...

quello che stavo cercando, grazie